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Maratone di basket: aneddoti e curiosità dagli incontri più lunghi mai disputati

📅 19 Agosto 2026✍️ di Maurizio Bettarini⏱️ 5 min di lettura

Le partite che si allungano oltre i 40 minuti hanno un fascino crudele. Ti misurano nella testa prima che nelle gambe. Da allenatore che ha girato per anni le palestre toscane con una giovanile maschile, so bene cosa significhi sedersi in panchina quando il tabellone è già oltre il tempo regolamentare e nessuno molla di un centimetro.

Me lo chiedono spesso: come si gestisce una gara che sembra non finire mai? La risposta non è un colpo di genio, ma una somma di cautele, scelte pulite e comunicazioni essenziali. Qui raccolgo aneddoti e indicazioni pratiche per arrivare lucidi all’ultimo possesso utile.

Quando il cronometro diventa un avversario

Nelle maratone di basket il fattore stanchezza non è solo fisico. I giocatori perdono precisione nella tecnica di base, gli arbitri fischiano con tempi diversi, la panchina rischia di “vedere” fantasmi. È il momento in cui vince chi governa i dettagli.

Il ritmo della gara è figlio delle regole. Il Cronometro dei 24 secondi ha reso impossibili le partite a punteggio bassissimo con possessi infiniti, ma quando si entra nei supplementari la gestione dei falli e delle rimesse diventa il vero spartiacque. Se non hai preparato scenari, improvvisi. E l’improvvisazione, nel finale, si paga quasi sempre.

Le maratone che hanno fatto storia

La memoria corre subito a una sfida d’altri tempi nella NBA: Indianapolis Olympians contro Rochester Royals, sei supplementari nel 1951. Basket di un’era diversa, certo, ma la tenuta mentale resta un insegnamento attuale. O, per chi segue il college, impossibile dimenticare il Syracuse–UConn chiuso dopo sei overtime nel 2009: una lezione su concentrazione e rimbalzi nei momenti chiave.

Anche in Europa non mancano maratone con tre o quattro supplementari, spesso risolte da dettagli minimi: una rimessa mal eseguita, un rimbalzo d’attacco lasciato lì, un fallo ingenuo lontano dalla palla. Cambiano i palazzetti, non cambiano le regole del finale: chi controlla i possessi “sporchi” porta a casa la partita.

Panchina e rotazioni: la chiave pratica

In panchina, durante i supplementari, la prima regola è non bruciare tutti i minuti dei tuoi titolari. Io ragiono per micro-finestre: 90–120 secondi intensi, poi un cambio breve per far respirare. La stanchezza si accumula a onde, non a muri. Se anticipi l’onda, eviti la mareggiata.

Metti in chiaro la gerarchia dei tiri: in overtime non puoi “democratizzare” ogni possesso. Servono due certezze, non cinque opzioni. Preferisco un set semplice che tutti conoscono piuttosto che un disegno perfetto mai provato. E alza l’attenzione sulle rimesse: sono l’angolo dove si nascondono palloni facili.

Tempi tecnici: usa i timeout per spezzare i break, non per parlare di filosofia. Tre frasi, un compito per ognuno, richiamo difensivo e chi tira il primo tiro buono. L’acqua, le spugne fredde, un asciugamano sulla nuca: piccoli gesti che tengono il motore a regime.

Gli errori da evitare oltre il 40’

  • Sprecare un timeout per discutere con gli arbitri: energia buttata.
  • Lasciare in campo un lungo gravato di falli solo “perché è il titolare”. Ruota prima, non dopo il quinto.
  • Isolamenti statici contro difese fresche: diventi leggibile e perdi ritmo di squadra.
  • Dimenticare il rimbalzo difensivo sul libero sbagliato: spesso vale la partita.
  • Rimesse senza contromossa se l’avversario nega la prima linea di passaggio.
  • Non preparare il 2-for-1 quando mancano 45–50 secondi: sono due tiri per te, uno per loro (se il cronometro lo consente).

Cassetta degli attrezzi per i supplementari

Prima della partita, scegli due set ATO da usare “a freddo”: uno per liberare un tiratore (flare o stagger), uno per attaccare il ferro con un blocco cieco dal lato debole. Quando la testa fuma, il corpo deve sapere dove andare.

Gestione falli: tieni un esterno con gambe fresche pronto per difendere forte sulla palla per 30–40 secondi. È il tuo paracolpi per non esporre il play titolare al quinto fallo. Ricorda chi ha il bonus: con bonus avversario attivo, attacca il contatto sul lato debole e prendi due liberi puliti.

Rimesse: verifica il regolamento della tua lega su avanzamento palla e posizione di rimessa dopo timeout nel finale. In molte competizioni puoi rimettere in attacco: prepara una versione “sicurezza” con due sbocchi ravvicinati e un lob solo se il difensore fronta male.

Transizione difensiva: sull’errore in extremis, niente eroi a rimbalzo d’attacco se sei corto di fiato. Uno a rimbalzo, quattro dietro la linea della palla. Meglio cinque secondi di difesa piazzata che un contropiede con fallo e canestro.

Tiri liberi: assegna prima della palla a due chi sono i due tiratori che vogliono e devono prendersi i liberi a freddo. Routine corta, respiro, due rimbombi del pallone e pensiero semplice: linea, gomito, polso.

Il mio caso reale: un doppio supplementare a Prato

Mi è capitato di recente con gli Under 19, in trasferta a Prato. Partita spigolosa, percentuali basse, loro con un 2–3 molto disciplinata. Chiudiamo i 40 minuti pari. Nel primo supplementare buttiamo via due rimesse in attacco: piedi sulla linea e angolo chiuso. Ho chiamato timeout solo per ridisegnare la rimessa “Sicilia”: blocco orizzontale per il 4, finto tornello per il 2 e palla al play in corsa. Da lì canestro più fallo, ossigeno puro.

Nel secondo overtime eravamo corti di lunghi. Ho tolto il centro titolare per un’ala più leggera, chiedendo cambi sistematici solo sul lato debole e contenimento centrale. In attacco, niente isolamenti: mano forte al ferro o scarico sul tiratore in angolo. L’azione chiave nasce da una lettura semplice: loro negavano il primo passaggio, abbiamo invertito lato con un backdoor del 3 e chiuso con appoggio. Due punti che hanno cambiato inerzia.

Cosa ha funzionato? Rotazioni a onde corte, un set ATO preparato il venerdì in allenamento, zero discorsi lunghi. Cosa avrei evitato? Un paio di forzature dal palleggio dopo 15 secondi: nel supplementare il tempo è prezioso, ma un tiro cattivo resta un tiro cattivo. Morale: prepara due soluzioni sicure e difendi il rimbalzo come fosse oro.

Le sfide infinite non si vincono “per caso”. Si portano a casa perché hai previsto scenari, allenato abitudini e accettato di essere essenziale. La prossima volta che il tabellone si allungherà, avrai già deciso metà partita dalla panchina.

Maurizio Bettarini

Maurizio ha allenato per diversi anni una squadra giovanile maschile di pallacanestro in Toscana. Amante dell'aspetto tecnico del basket, racconta quotidianamente le sue esperienze tra panchine, lavagne tattiche e trasferte nei palazzetti di provincia. Appassionato anche di ciclismo.